Cosa ci aspetta?

una riflessione che nasce dopo uno scambio di impressioni tra alcuni di noi soci sulla proposta scandalosa di Delmastro che dimentica l’importanza della motivazione alla cura, la scelta libera, e offre una soluzione al problema carcere, che ha le sembianze di un trattamento sanitario obbligatorio.

L’intervista in cui il sottosegretario alla giustizia Delmastro espone quella che sembra essere più di una semplice idea ma sembra, invece, assumere sempre più la forma di una proposta vera e propria, ecco quell’intervista lascia intravedere diversi aspetti tipici di una certa lettura del consumo di droghe e di chi lo pone in essere. Il “tossicomane” o “tossicodipendente” ( alla faccia del linguaggio stigmatizzante : in un clima di questo genere sembra un lusso) è un oggetto da collocare all’interno di un idea , precostituita, su cosa sia cura e disintossicazione. Ma andiamo in ordine. L’idea orami è ben nota per chi si interessa della questione droghe e politiche sulle droghe. Siccome le carceri sono piene e bisogna svuotarle i tossicodipendenti o tossicomani che dir si voglia, non andranno più in carcere ma in comunità. Non sarà più, come è oggi, una possibilità di scelta, se la pena non supera i sei anni. Queste comunità -carceri che saranno sorvegliate h24, hanno nell idea di Delmastro un riferimento, un modello, ben preciso
Per questo sto lavorando ad un provvedimento che immagina di coinvolgere il terzo settore, quelle comunità chiuse in stile Muccioli (San Patrignano ndr), per costruire un percorso alternativo alla detenzione.
Ora se vogliamo tralasciare il riferimento a Muccioli in persona ( san patrignano viene aggiunto nell’intervista dal redattore) il coinvolgimento al terzo settore è fondamentale per avere un quadro della situazione che si andrebbe a realizzare . Situazione che è, a dir poco, inquietante. In primis emerge l’obbligatorietà della cura, ovvero non c’è scelta, non c’è motivazione, non c’è adesione al progetto terapeutico non c’è nulla: c’è che tu devi andare a disintossicarti. Della tua disintossicazione coatta, con un esplicita dichiarazione, Delmastro ne intravede e promette un bussiness al quel terzo settore che “ ne guadagna per indotto e investimenti” Maria Teresa Ninni, operatrice nella bassa soglia, attivista nonché socia fondatrice della nostra associazione, ha subito pensato alle carceri private modello USA, dove il detenuto e al centro di interessi e sfruttamenti vari. L’occasione è offerta su un piatto d’argento : soggetti con zero potere contrattuale obbligati a stare in piccoli carceri-comunità. A quale tipo di speculazioni si verrebbe esposti c’è solo da fare l’elenco. L’aspetto etico deontologico non può essere sottovalutato. Tantopiù se a occuparsi del carcere comunità sarà il terzo settore. Oggi per entrare in comunità, soprattutto dal carcere, una valutazione di quella che viene definita “ volontà al cambiamento” viene fatta. Chi di noi ha vissuto questa situazione, ovvero poter scegliere tra carcere e comunità, sa bene che se pur con modi differenti, più o meno rigidi, la motivazione è sempre stata oggetto di valutazione per ammettere o no un soggetto in C.T. Ennesima dimostrazione che non siamo considerate persone, qui ci troveremmo davanti l’obbligo di una cura, di un percorso terapeutico. Aldilà della motivazione, della volontà: devi disintossicarti. Una sorta di trattamento sanitario obbligatorio. Gestito da privati. Poco conta che siano privati del terzo settore, viene anzi da chiedersi quale terzo settore si renderebbe disponibile a una simile operazione, con quale etica e deontologia: parliamo di una obbligatorietà della cura per come viene esposta. Ancora Delmastro sostiene infatti che per una persona con problema di dipendenza da sostanze “il fine rieducativo della pena non sta nel fatto che conosca a memoria la Costituzione o abbia partecipato ad un ottimo corso di ceramica. La priorità per loro è la disintossicazione”. Non entriamo nel merito di cosa sia un fine rieducativo, ma su cosa sia una disintossicazione dovremmo averlo chiaro. Per quella intesa come disintossicazione da sostanze come eroina, anche una terapia metadonica può rivelarsi sufficiente. Per quella non è necessaria la comunità. Pensando a un sottosegretario alla giustizia “ giurista basico “ che “ incarna l’uomo medio” viene da pensare che forse, una conoscenza più approfondita di alcune questioni sarebbe opportuna. Come ad esempio su cosa si fa, si dovrebbe e potrebbe fare in una comunità e cosa invece è la disintossicazione. Una volta quando le comunità avevano un flusso di entrate maggiori a quelle attuali, in alcuni casi ti facevano entrare se eri disintossicato, e avevi una forte motivazione. Qui parliamo di altro. Quello che sembra emergere è la volontà di risolvere la questione sovraffollamento del carcere creandone piccoli o adattando a carcere comunità già esistenti dove la “cura” sarebbe sorvegliata h24 e da dove se scappi incorri nel reato di evasione. Le persona che usa sostanze, e che deve scontare una pena detentiva, perde ogni diritto di scelta e si troverebbe di fatto in una sorta di trattamento terapeutico obbligatorio. Gestito da privati. Ancora una volta considerati tutto meno che persone, detenuti, tossicomani, privi della possibilità di scegliere e sarebbero sottoposti a una terapia obbligatoria.Non c’è da stupirsi è, come proposta, in piena sintonia con l’approccio alle droghe del Governo Meloni. Un approccio che a Vienna ha ben illustrato alla 66esima Sessione della Commissione Stupefacenti delle Nazione Unite, il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Alfredo Mantovano: un salto indietro nel tempo di 60 anni, il proibizionismo ideologico come lo definisce Susanna Ronconi in questo articolo. Cosa ci aspetta? Sicuramente un tempo in cui più di prima dobbiamo dare corpo e struttura a una voce, la nostra, che ha sempre fatto fatica a costituirsi e farsi sentire. Certo con un Governo che ha questo approccio alla questione droghe, le possibilità di un confronto sono ardue se non impossibili ne varrà della nostra dignità e, forse, riusciremo a mettere in imbarazzo più di qualcuno dimostrandoci consapevoli di quali interessi si fanno si vogliono fare sulla nostra pelle. Inoltre non dobbiamo sottovalutare quale grande gesto di civiltà potremmo avviare, dimostrando che rivendichiamo direttamente la nostra dignità, la nostra cittadinanza il nostro essere persone.

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