7 Maggio giornata internazionale della riduzione del danno. Pratica sociosanitaria, approccio al fenomeno del consumo di sostanze, impostazione politica per il governo del fenomeno : tante sono le declinazioni della “riduzione del danno”, queste appena scritte sono solo una piccola parte. Ma il significato che viene dato a questo , come ad altri approcci, è inevitabilmente legato alla personale lettura che si ha sul fenomeno del consumo.
Alcuni giorni fa durante un uscita con l’unità di strada, Umberto, uno tra i più assidui nonchè storici, beneficiari del servizio di riduzione del danno, se ne uscì con un’osservazione che mi lasciò sorpreso. Con lui c’è una routine abbastanza consolidata: ci raggiunge nel punto dove siamo parcheggiati, dopo i saluti e la richiesta di informazioni sui colleghi che non vede in turno, passiamo a preparare il sacchetto di materiale monouso ( acqua, siringhe, scodelline ecc) qui Umberto è molto preciso e spesso chiede di fare un controllo: mi elenca il materiale e io verifico di averlo messo nel sacchetto. Solo quando si è conclusa la fase di controllo, posso chiedere a Umberto quello che anche lui, nella sua educazione contaminata da timidezza, mi sta per chiedere. “Che c’è da bere Ale?” a volte arriva prima di ” vuoi fare colazione?” . Lui sa bene che abbiamo orzo, te, caldo o freddo in base alla stagione, cosi come da mangiare la disponibilità è limitata, merendine, biscotti, e cracker per chi preferisce il salato. Come unità di strada è in realtà un offerta ricca perchè sufficente a svolgere il suo ruolo: accoglienza, riconoscimento, disponibilità. Siamo qui e se vuoi c’è altro oltre il materiale sterile, dalla colazione alla possibilità di un confronto, di una richiesta di aiuto se ce nè bisogno.
Mentre sorseggiavamo il tè, Umberto sorrideva di come facessi pucciare i biscotti nel tè. A un certo punto capìì che fosse preso da qualche pensiero distante dal discorso che stavamo facendo e cioè lo sviluppo commerciale di quella parte di periferia romana. Lo guardai come a chiedere con lo sguardo del suo improvviso silenzio, capi subito ” sai però..davvero sembriamo un mondo a parte”. Un po intuivo cosa intendesse dire, ma gli chiesi di spiegare meglio quel “mondo a parte”. Lui sentiva il nostro essere in relazione, la disponibilità a un confronto, il non giudizio, qualcosa che non fa parte della normalità, quindi un mondo a parte. La società determina una condizione di marginalità, di esclusione, verso chi pone in essere determinati comportamenti nonostante non siano lesivi ne offensivi della libertà e dignità altrui: l’uso di droghe è uno di questi comportamenti. Quando ti senti accolto, quando senti rispetto per la tua condizione, indipendentemente da cosa la determina, quando per quello che stai facendo puoi essere punito dalla legge, sanzionato, e qualcuno invece si occupa del tuo diritto alla salute, ecco quando vivi questa dinamica di relazioni è possibile avvertire come un mondo a parte quella che è appunto la riduzione del danno. Danno che sono in realtà danni determinati dalla negazione di leggitimità della condizione di esistenza di un prossimo che, ancora oggi, 2026, si ha difficoltà a definire e percepire persona piuttosto che tossico, anche da parte di chi dovrebbe essere, per mandato professionale, deputato alla sua cura.
Ma la riduzione del danno un mondo a parte non dovrebbe essere. Proprio no. Forse può erroneamente essere percepita come un isola felice, dove esistono e vengono rispettati dei valori. E’ una forma di cura che però rimane ancora troppo poco conosciuta, molto ai margini. Si la riduzione del danno è una forma di cura che ancora qualche furfante per finalità di consenso popolare e propaganda, riesce a far passare per complicità nel farsi del male: recente la scena patetica, tra il patetico e il ridicolo, di due europarlamentari davanti a una caserma dei carabinieri con in mano la denuncia appena fatta a un sindaco che si è adoperato per garantire dei LEA. Si la riduzione del danno è un LEA, un livello minimo di assistenza e lo è nello stesso paese, L’italia, dove due eruoparlamentari denunciano, a fini di propaganda, un sindaco che si adopera per garantirli questi livelli di assitenza: di fatto la storia squallida della denuncia per le pipe da crack è questo: propaganda miserabile.
Non è un mondo a parte, non deve esserlo. E’ semmai un contesto colonizzato quello della riduzione del danno ed è probabilmente questo che lo mette nella condizione di essere “qualcosa di qualcuno per qualcun’altro” piuttosto che qualcosa che ha la sua ragion d’essere nella collettività, nella società. Se andiamo all’origine della riduzione del danno, appare subito evidente che si caratterizzava per due aspetti : prima di tutto come movimento dal basso, o meglio come movimento dove quel basso, i diretti interessati, che oggi si ribasdice essere importante coinvolgere, era parte integrante, naturalmente costituente l’insieme di attori che dovevano portare un cambimento sociale. Ed è questo il secondo aspetto: la terza via, la riduzione del danno nasce con un intento di opposizione a un sistema che propone repressione e astensione dal consumo come unica forma di cura. C’era il boom dell’eroina, c’era uno smarrimento generale di fronte un fenomeno che già manifestava la sua complessità, e l’AIDS cominciava a mietere vittime. E poi c’è un cittadino ad Amsterdam che nel 1977, il 2 Maggio costituisce il MDHG ( servizio medico sociale per consumatori di eroina) come? mette un annuncio sul giornale e chiede a medici, farmacisti, familiari di consumatori e consumatori di unirsi per creare insieme una “terza via” alla repressione e la cura intesa come “guarigione dalla dipendenza”. Lo sviluppo della terza via porta alla nascita di qualcosa ancora più di autoorganizzato che mira alla determinazione e la rappresentazione diretta delle persone che usano droghe, è il 1980 nascono a Rotterdam i Junkybond, consumatori che si organizzano e creano riduzione del danno sotto più fronti. Si battono per una distribuzione del metadone e addirittura svolgono azioni di sensibilizazzione sociale, ad esempio chiedendo a dei cittadini cosa pensano delle droghe. Nascono molti gruppi
sul modello dei junkybond che promuovono una cultura della riduzione del danno a 360°. Con la fine degli anni ’90, il calo del consumo di eroina rispetto gli anni ’80 segna un cambiamento le più piccole organizzazioni stile junkybond spariscono.
Nel frattempo a livello globale la riduzione del danno ha perso in molti contesti il suo originario spirito di movimento dal basso, guidato dai pari cioè dai diretti interessati, pari che in molti casi hanno perso quella sorta di guida all’empowerment e l’autodeterminazione e sono stati assorbiti dalla narrazione dominante. Colonizzata dai saperi calati dall’alto, la cultura della riduzione del danno si riduce spesso a mera pratica sociosanitaria e perde il suo spirito originario di autentica terza via. Lontana da un pensiero farmacocentrico una riduzione del danno che sia in grado di considerare il danno in tutte le sue declinazioni, avrebbe ovviamente una considerazione di primo piano per i beneficiari dei servizi e delle persone con esperienza diretta. Avrebbe questa considerazione perchè lo stigma, la repressione, la criminalizzazione del consumo hanno come primo effetto la fantasmizzazione dei diretti interessati. Basta guardare in Europa quali i Paesi che riconoscono, in concreto e di fatto, l’importanza della partecipazione attiva dei destinatari delle politiche e dei servizi.
Un mondo a parte è un mondo dove qualcuno che fa parte del mondo viene messo ai margini e diventa oggetto di “cura” da parte di specialisti. Quello può essere un mondo a parte. Ma una riduzione del danno così è essa stessa un danno. Quella vera di riduzione del danno ha una agire che vuole rivoluzionare uno status quo che la guerra alla droga vuole mantenere, vuole cioè ridurre il danno ovvero restituire alle vittime di questa guerra la dignità, la soggettività, la voce, il diritto alla salute.
Esiste ancora resistenza, esiste ancora sparso in tutto il mondo, un pensiero di riduzione del danno autentica, o ancora “radicale” per citare Zigon. Resistiamo in piccoli e grandi nuclei sparsi a un ipersanitario invadende , cercando alleanze con chi crede davvero nei diritti umani, andiamo avanti con il nostro spesso incompreso rivoluzionario agire.Alessio Guidotti
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