Basaglia, in piena notte

Succede che tra sonno disturbato, dolori articolari, scorrendo annoiato e rassegnato FB, mi imbatto in un post di Claudio Renzetti, che scrive di politiche sulle droghe, Basaglia e rivoluzione. E mi vien voglia di commentare.

Quando sento il nome di Franco Basaglia coinvolto in qualche discussione di “politiche sulle droghe” la mia attenzione si accende, mi incuriosisco. Leggo quindi il post di Claudio Renzetti, mi diletto anche nella lettura dei commenti.
Claudio Renzetti, che sul fenomeno sostanze è persona di sguardo capace a leggerne la complessità, nel suo post “> QUELLO IN CUI HO SMESSO DI CREDERE si, e ci, interroga su alcune questioni riguardo il dibattito politico sulle droghe in Italia. Elenca anche una serie di temi cruciali e per nulla scontati, sui quali a suo dire bisogna dare un importanza fondamentale. Ha ragione. Come ha ragione , con estrema conoscenza dell’argomento, a lasciare aperta la lista. E’ proprio a quella lista che, in merito alla conclusione con rimando Basagliano del post, mi permetto di aggiungere una cosa: Basaglia non ha chiuso una struttura, ha prima di tutto, determinato un approccio culturale diverso alla follia. Fondamentale è stata la restituzione di dignità al “paziente”. Tutte cose che il Dott. Renzetti sa perfettamente. Ma quando si avvicina Basaglia al contesto del consumo di sostanze ed al consumo problematico, solitamente sorrido. Sorrido con amarezza, perché è del protagonismo dei pazienti e della restituzione di dignità che la ” rivoluzione ” Basagliana si è nutrita. Mentre invece molti slanci ” rivoluzionari” in ambito servizi /consumi di sostanze/ cura non osano che qualcosa di abbastanza tiepido, in quanto deciso senza la presenza dei diretti interessati. Presenza che significherebbe tra le varie cose, una concretezza contro lo stigma. Abituati al ribasso, in ambito politiche sulle droghe, abbiamo sorriso festosi di una Dadone antiproibizionista ! Che ha promesso la conferenza sulle droghe, doppio !! Peccato che alle prime esternazioni nel merito ha sfoderato il peggior proibizionismo perbenista, pronta a sventolare il test che la elegge al ruolo ” non drogata” , modello Maneskin ” non siamo mica drogati”. Perchè risultare positivi al test, assumere una sostanza, è qualcosa di abominevole. Il proibizionismo si nutre di stigma, pertanto fin quando la rivoluzione sarà fatta, proclamata, senza la voce dei diretti interessati, senza la voce di chi ha il test antidroga positivo, sarà un pranzo di gala ( allusioni al piatto che riempie il proibizionismo comprese) . Non vedo rivoluzioni senza la presenza delle vittime del proibizionismo. Non vedo rivoluzioni senza gli oppressi. Perché su questo bisogna essere chiari : ci crediamo o no che il proibizionismo fa danni? Ci crediamo sempre davvero o solo il 26 Giugno.? Quando diciamo ” Support don’t punish”? Alcuni commenti al post, uno in particolare, reclama spazio per una disciplina venuta dal basso, auspica la conferenza della sucitata Dadone, e vede tra i danni del proibizionismo la sperimentazione..Quando la realtà mi da ragione su alcune cose non sono affatto contento. Il mondo dei servizi rivolti a chi consuma sostanze, è un mondo che ha sempre fatto fatica a riconoscere i diretti interessati, ovvero chi le droga le consuma. come possibili protagonisti attivi e non meri beneficiari. Ovvio, chi si rivolge a te perchè ha perso il controllo sulla sua vita ti senti leggittimato a prendere in mano quella vita. E’ il vizio di logica, antico come la pasqua, dei servizi rivolti a chi è in condizione di fragilità, si scordano dell’empowerment e della dignità. DEi serd che ho visto e vissuto in vita mia la maggior parte ti spezzavano la schiena appena aprivi la porta. Per questo e altri motivi i SERD li trasformerei radicalmente, la medicina te la prendi in farmacia, con un eventuale controllo particolare, i servizi per le dipendenze avrebbero mille cose da fare di meglio che plasmarsi sulla somministrazione di un farmaco. Farmaco, il metadone in primis, che ha assunto funzioni paradossali in alcuni casi, perchè non siamo capaci di arrivare alla somministrazione controllata di acetilmorfina. Concentrando un servizio intorno a un farmaco, di questo se ne è fatta la cattedrale , quando quel farmaco, in assenza di altro, lascia il tempo che trova. Assunto al SERD, nel caso del mantenimento fa indossare a chi lo prende, quell’abito del malato legato al servizio, che Basaglia chiamava per gli ex internati la “carriera del malato di mente”. Bene ha risposto Renzetti smorzando l’entusiasmo sulla conferenza non convocata da diversi anni ” forse meglio cosi” Vero. Anche io, tirandomi l’ira di qualche collega e qualche amico dico che no, prima costruiamo la voce dei diretti interessati, apriamo i servizi a una partecipazione sensata dei loro fruitori, poi pensiamo alla conferenza. Altrimenti sarebbe una conferenza con molte presenze di chi, come nei commenti del post, si scorda che lo Stato non è proibizionista con le droghe ” solo alcune” ma con chi le assume ( tutti). Il peccato originale che separa i servizi per le dipendenze da una possibile rivoluzione basagliana è l’identità che il proibizionismo ha plasmato delle persone che usano droghe. Forse, qualcosa che possa farci vagamente avvicinare a una rivoluzione Basagliana potrebbe partire proprio da li;la decostruzione della figura del beneficiario con un identità assente, senza voce, restituendogli invece uno spazio, una voce, che già il proibizionismo nega con violenza.

Alessio Guidotti

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