Il dovere di replicare

La guerra alla droga e la cultura proibizionista hanno creato una narrazione sulle droghe e il loro utilizzo che spesso cadono nella disinformazione. Una narrazione distorta e stigmatizzante spesso anche utile per un fine speculativo: vendere la “cura” dopo aver creato e terrorizzato il “malato”. Occupiamoci anche di contrastare il diffondersi di questo tipo di narrazione distorta, terroristica ma sopratutto non scientifica, sull’utilizzo di sostanze. In nome della salute pubblica e della collettività abbiamo il dovere di replicare.

È stato l’iniziale stupore e la rabbia di un amico a farci conoscere questo articolo. Lo abbiamo fatto circolare tra di noi. “Ma davvero chi ha scritto l’articolo insegna all’università?” è stata una delle prime domande che ci si è fatti. No, non proprio: l’articolo lo ha scritto Federica Bosco, per l’esattezza nel settembre 2019. Ma chi sostiene quello che state per leggere è Sergio De Filippis, docente di psichiatria delle dipendenze alla Sapienza di Roma. Quello che ci domandiamo è prima di tutto se possa essere questo il modo di fare comunicazione attinente alla salute: nella forma e nel contenuto. La complessità di un fenomeno come il consumo di sostanze ridotta a terrorismo in forma scritta.
Il consumo di sostanze è un fatto umano le cui prime tracce documentate risalgono al 6000 a.C.; questa attività rientra nelle libertà personali di ognuno e alcuni hanno deciso di farlo diventare più complesso di quanto sia davvero. Questo tipo di comunicazione non aiuta affatto. Anzi, è disinformativo, antiscientifico, e carico di stigma.
Ci sono alcune affermazioni in questa intervista che ci lasciano davvero perplessi, soprattutto perché chi le fa ha l’influenza di un docente universitario, direttore di una struttura accreditata con la sanità pubblica. Una posizione così influente dovrebbe andare di pari passo con un minimo di responsabilità. In sostanza: non si possono scrivere cose di questo genere, manipolando dati scientifici che molti ricercatori, tra cui ad esempio Carl Hart, ritengono di dubbio valore.

Da dove vengono i dati riportati nell’articolo ?
A noi non ci tornano affatto. Da quali fonti provengono? Noi possiamo far riferimento a quelli del EMCDDA che ci dicono tutt’altro.
Inoltre, nell’articolo-intervista in oggetto si fa riferimento a un consumo… “drammatico”?

“Al mondo si stimano 188 milioni di ragazzi che fanno uso di cannabis, 53 milioni di oppioidi, 29 milioni anfetamine a cui si aggiungono i 2,5 milioni di consumatori abituali di alcol nei fine settimana.
Il quadro non è meno allarmante in Italia dove il 55% dei ragazzi, maschi e femmine in egual misura, tra i 12 e i 17 anni fa uso di sostanze (sebbene questi dati si riferiscano generalmente a consumo negli ultimi sei mesi, un anno, o periodi anche più lunghi), con conseguenze devastanti a livello cerebrale. Una caduta libera che si cerca di frenare con trattamenti intensivi come avviene a Villa Von Siebenthal di Genzano, in provincia di Roma, dove una rete di medici diretta dal Professor Sergio De Filippis, Psichiatra, Docente Psichiatria delle Dipendenze Sapienza Università di Roma, cerca di fare una corsa contro il tempo per evitare danni permanenti”

Insomma, ci sono questi giovani che tra i 12 e i 17 anni consumano “con conseguenze devastanti a livello cerebrale. Una caduta libera che si cerca di frenare con trattamenti intensivi …”. Il culmine però arriva con l’ultima domanda e vi preghiamo di leggere tutta la risposta del professore docente alla Sapienza.

Questa che l’uso di sostanze porterebbe a danni cerebrali permanenti è una delle dichiarazioni più pericolose e meno accurate dell’articolo. Che certamente non brilla per rigore scientifico. I dati di imaging cerebrale dei consumatori di metanfetamina forniscono tradizionalmente il supporto per tale paradigma, ma possono essere tranquillamente interpretate in altro modo. Nonostante l’articolo suggerisca che il consenso scientifico sia solido, non ci sono assolutamente alcuni dati sugli esseri umani che indichino che la dipendenza è una malattia cerebrale nel modo in cui, ad esempio, lo è il Parkinson. Tale paradigma si basa sull’intuizione e sulle necessità politiche (leggi guerra alla droga) non su dati e risultati clinici utili. Questa situazione contribuisce a politiche sulle droghe irrealistiche, costose ed estremamente dannose: se il problema è lo stato neurobiologico di una persona dopo l’esposizione a un farmaco, allora il farmaco deve essere sradicato dalla società attraverso le forze dell’ordine o il cervello di un individuo deve essere trattato. In un tale approccio miope, i fattori socioeconomici e sociali che contribuiscono al consumo problematico o ad alto rischio sono considerati una nota a piè di pagina nella ricerca, nelle pratiche cliniche e nelle politiche, nonostante la loro apparente importanza.
Citiamo ancora dall’articolo. Quando la giornalista chiede quali siano le percentuali di completa riabilitazione, la risposta è la seguente:
Molto dipende dal momento dell’intervento. Se è un intervento precoce si può recuperare fino a un 64/65 percento, se invece è tardivo si crea un processo di neuro degenerazione, come la demenza senile, dove il ragazzo inizia ad avere il suo cervello atrofizzato. Noi stiamo vedendo delle risonanze magnetiche di ragazzi di 25/26/27 anni che hanno delle ischemie croniche, delle sostanze grigie e bianche a livello del corpo calloso del cervello ed è assimilabile ad un uomo di 70 anni. In questo caso è indispensabile allontanarlo il più possibile dalle sostanze. Se si riesce per almeno un anno le ischemie si assorbono, perché la corteggia prefrontale è ancora funzionale, ma se si perdono due anni dall’intervento si atrofizza, il ventricolo si allarga e si comprime e si lesionano la corteggia grigia e bianca. In quel caso non c’è più nulla da fare e ci si avvia verso una demenza senile.
Oltre a voler vedere le stesse risonanze magnetiche che vede il professore con il suo staff (per quel che valgono, come appena osservato), molti di noi si sentiranno dei miracolati. Mentre invece, seriamente pensiamo a chi non ha gli strumenti per capire la differenza tra una corretta informazione in materia di salute e sostanze psicoattive e questa disastrosa e antiscientifica disinformazione messa in atto da un docente universitario sulle pagine di “Sanità Informazione periodico online di informazione sanitaria“. Ci chiediamo a chi pensa di rivolgersi con queste informazioni. Ci chiediamo se in nome del profitto sia giusto terrorizzare e disinformare magari un genitore che sa il proprio figlio consumare della cannabis e vederlo a rischio di demenza senile se non si affida prontamente alle cure di Villa Von Siebenthal.

Ci chiediamo a chi pensa di rivolgersi con queste informazioni. Ci chiediamo se in nome del profitto sia giusto terrorizzare e disinformare magari un genitore che sa il proprio figlio consumare della cannabis e vederlo a rischio di demenza senile se non si affida prontamente alle cure di Villa Von Siebenthal.

Non viene nemmeno da annoverare tali affermazioni del direttore di questa struttura accreditata con la sanità pubblica tra quelle che riteniamo di matrice proibizionista o di persone che hanno un altro approccio al nostro. Sembrano piuttosto essere speculazioni a caccia di persone poco informate, magari con qualche preoccupazione personale, drammatica, perché abbiamo visto un interessamento a fasce di età dove la cornice familiare ha un ruolo determinante, pensiamo cioè a quella famiglia dove questo tipo di informazione arriva e non è valutata, filtrata… Un potenziale di danno enorme per quel genitore che si convince sia vero quanto sostiene il professore. Ci domandiamo perché questa di speculazione sul fatto sociale del consumo di sostanze non venga almeno denunciata per la sua palese potenzialità di fare danno.

ITANPUD
Network italiano delle persone che usano droghe

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *