Il proibizionismo e Basaglia….ma non a slogan

Quando si vuole riassumere il pensiero di Franco Basaglia spesso si usano alcuni slogan, frasi, pensieri estrapolati magari da discorsi più complessi. Tra questi “la libertà è terapeutica” risuona spesso anche nell’ambiente del “sociale”, nel mondo delle professioni di aiuto. Franco Basaglia è certamente ancora oggi una figura simbolo di chi crede in una possibile alternativa alla riproduzione di dinamiche di potere all’interno dei contesti socioeducativi o assistenziali verso persone che, per una molteplice serie di ragioni, vivono una condizione di scarso, basso o totalmente assente “potere contrattuale”. Il rischio degli slogan, dei pensieri estrapolati ad effetto, è però quello di diventare comode etichette, adesivi da apporre su contenitori vuoti, se non addirittura atti a coprire realtà complesse e spesso contraddittorie, cosa non rara nel mondo del sociale e frequente in ambito pedagogico educativo. La reale potenza rivoluzionaria del pensiero di Franco Basaglia è probabilmente costituita anche dalla capacità di contaminare ben oltre l’ambito specifico in cui è nato e si è sviluppato, quello psichiatrico. Individuare oggi cosa ha favorito e cosa ha invece ostacolato quel percorso evolutivo, umano e sociale che Basaglia ha rappresentato non è un comodo “esercizio intellettuale”: tra i tanti elementi favorevoli emergeva sicuramente uno scenario globale ricco di fermenti, colorato, insomma un dibattito sociale acceso: parliamo di anni paragonabili a un terreno ricco di “humus”, anni in cui contaminarsi era più facile. La forza, fosse anche delle illusioni, generava processi di cambiamento a vari livelli. In uno scenario sociale totalmente diverso vedere simboli basagliani costituiti da frasi e foto in bianco e nero suscita sentimenti contrapposti di rabbia, di nostalgia, ma anche di volere e potere credere ancora che i muri si possano abbattere. Il personale sanitario e le professioni coinvolte nella “cura dei matti” furono parti determinante di quel processo teso ad evidenziare la disumanità di una legge e di un’istituzione. Senza quel coinvolgimento, tutto il cambiamento non sarebbe stato possibile. Ebbi la possibilità di parlare con il Dottor Tommaso Losavio, lo psichiatra che “chiuse il Santa Maria della Pietà”. Nonostante questo avvenne qualche anno fa, ricordo che dalla sua narrazione emergeva come il personale del manicomio non ebbe subito una simpatica accoglienza verso la “pratica Basagliana”: si trattava di azioni come non chiudere una porta o di dare le posate a chi, siccome matto, era costretto a mangiare con le mani perché ritenuto pericoloso con in mano forchette e coltelli. Insomma, verso il pensiero e la pratica di Basaglia ci fu inizialmente rifiuto, poi scetticismo e infine una presa di consapevolezza lenta ma graduale.
Ci sono processi collettivi di cambiamento che richiedono consapevolezza proprio da parte di chi si sente meno determinante per quel cambiamento, ma lo è in realtà ben più di quanto creda. Ad esempio: il totale fallimento delle politiche proibizioniste e repressive sulle droghe insieme agli enormi danni che su più piani genera la guerra alla droga saranno questioni comprensibili ed andranno a modificare la cultura dominante solo se in primis noi, le PUD, le persone che usano droghe (una buona fetta dell’umanità) prenderanno consapevolezza del complesso sistema di cui fanno parte. Ma non solo: la consapevolezza è necessaria anche per comprendere di essere la “materia prima” di una colossale industria dove la droga, intesa come sostanza psicoattiva illegale, gioca solo una minuscola parte: anche i professionisti (dal medico del SERD all’operatore della bassa soglia) devono prendere consapevolezza di essere concorrenti a una sorta di tiro alla fune. Insomma, rimangono ancorati a un paradigma di derivazione proibizionista e direi negazionista: oltre ad avere un approccio sostanzialmente sanitario-medicalizzante al fenomeno del consumo di sostanze, negano pure il fallimento totale del proibizionismo, da cui ne deriva una sostanziale ostilità anche ad approcci come la riduzione del danno e a quel pensiero che parla di “educare e non punire”. Ma proprio perché la bassa soglia, la riduzione del danno, gli interventi educativi incentrati sulla promozione della salute hanno un enorme potenziale per un reale cambio di paradigma sulle droghe e il loro consumo, saranno i professionisti che operano in questi ambiti a dover sempre più capire in che modo conciliare il mandato istituzionale dei propri servizi e gli interventi educativi e di tutela della salute che sappiano tenere presente un fatto imprescindibile. Oggi siamo seduti su 60 anni di storia proibizionista, abbiamo studiato e ci siamo formati sulle orme di quella ideologia antiscientifica, che ha permeato anche materie come la psicologia, la psichiatria, la medicina oltre che la storia stessa. Basaglia, non a slogan, ci è indispensabile per lo sguardo, e non è escluso che molte di queste riflessioni siano oggi condivise da tante operatrici e operatori che sappiamo operare sul campo con tanta passione per la loro professione, costretti dalla società dominante a rimanere nell’armadio.
Lo sguardo che noi vogliamo raggiungere lo nutriamo ogni giorno con riflessioni, azioni, progetti che abbiano uno spirito scientifico – al contrario del proibizionismo. Vogliamo che questo sguardo sia capace di vedere come e quale sia il primo muro reale da abbattere, il primo processo da avviare per riconoscere diritti e dignità alle persone che abbiamo davanti, per comprendere quali meccanismi di potere con le loro mille sfaccettature si stiano abbattendo su di loro…e su di noi. Questo accade anche in ambiti socio-sanitari e educativi: la possibilità di avviare e riprodurre dinamiche oppressive, anche inconsapevolmente, è dietro l’angolo. E certo se crediamo che la libertà sia terapeutica , come diceva Franco Basaglia… questo atteggiamento bene non può fare!

Emilia Piermartini Alessio Guidotti

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