In questa calda estate un filosofo, docente universitario, rompe il silenzio che la narrazione dominante ha costruito intorno a un argomento tabù. Argomento che se affrontato nel dettaglio e nella sua complessità, mostra tutta la violenza e il paradosso di politiche che usano il disturbo o la malattia da dipendenza da oppiacei, a proprio piacimento. Il dominio della narrazione è nel silenzio che riesce a imporre su argomenti fondamentali di cui, guarda un po, ne parla un filosofo e non qualche addetto ai lavori…
Il professor Paolo Becchi, classe 1955, docente universitario a Genova cattedra di “filosofia del diritto”, è protagonista di un video che da un paio di giorni circola nei social. Il prof con determinazione, esprime quello che a parer suo dovrebbe essere un passaggio necessario per la sua città, Genova.
” vorrei un posto dove c’è dentro un sanitario, dove la droga ti viene data gratis” In pratica il professor Becchi propone il modello Zurigo, dove la riduzione del danno ha una sua centralità come modello socio sanitario, ma sopratutto un modello dove lo sdoganamento di tabù e ideologie intrise di proibizionismo hanno consentito e consentono il superamento di paradossi e limitazioni che la politica impone sul sanitario, cioè su qualcosa che ha, dovrebbe avere, una sua autonomia. Il contesto sociosanitario che si occupa di chi usa sostanze non è affatto autonomo dalla politica e dai politici con i loro interessi. Credo infatti che le parole del professor Becchi siano una sorta di “vibrante invito” oltre che per la città di Genova, per chiunque, amministratore locale, riduzionista del danno, persona con esperienza diretta, a un sano pragmatismo, a restituire ad alcune questioni la centralità che meritano. Quindi vedere il fenomeno dell’uso problematico di sostanze come qualcosa che non dovrebbe e non potrebbe sottostare all’ideologia politica.
Quando il professor Becchi parla di droga che viene data gratuitamente, affronta un argomento di cui si è perso il senso e significato, proprio perchè è stato ed è un argomento tabù. Paradossalmente è più facile parlare di stanze del consumo che di riconoscere a delle persone, cosa che avviene in altri paesi, il diritto a ricevere una terapia. Si perchè di quello si tratta: ricevere una terapia. Abbiamo perso la capacità di saper argomentare e significare alcuni aspetti del consumo di sostanze, anche quello che viene definito problematico. E questo ci impedisce di rendere fluidi, chiari, scorrevoli, alcuni concetti. Proprio per questo apprezzo un filosofo che ha il coraggio di parlare di ” droga che viene data gratis” e del modello Zurigo. Allora, proprio in nome della chiarezza: la droga gratis a cui si fa riferimento è la terapia con diacetilmorfia, in pratica eroina pura, che viene somministrata ambulatorialmente. Non avviene solo in Svizzera ma anche in altri Paesi. Paesi ( qui al minuto 18:16 un esempio di “trattamento assistito da eroina” in Norvegia, ma vedetevi tutto il video che è stupendo) che hanno trovato il coraggio di superare zavorre ideologiche e tabù, che rendono una tortura, si una tortura, la gestione del consumo problematico da parte di chi lo vive in prima persona. Il consumo problematico è spesso quello che nel linguaggio clinico è definito disturbo da uso di oppioidi. Cerco di essere più chiaro: parlare di droga gratis, ovvero nel caso cui si riferisce il professor Becchi, di somministrazione ambulatoriale di eroina, ci aiuta a prendere atto di paradossi colossali, che mostrano tutta la miseria e la violenza strutturale di politiche assurde. Il paradosso principale sta nel riconoscere un soggetto come “malato” affetto da un disturbo, e poi però rendere punibile e sanzionabile ( con misure che in concreto e di fatto limitano la libertò dell’individuo ) il comportamemto legato al suo disturbo alla sua “malattia”. Inoltre, se pensiamo ai paesi la cui sanità eroga la terapia assistita con eroina ( diacetilmorfina) , avere questo disturbo espone a una sorte diversa se si vive appunto in un paese piuttosto che un’altro. In Svizzera, Germania, Canada, Regno Unito, e altri paesi si ha la possibilità di accedere al farmaco diacetilmorfina, eroina pura, somministrata sotto controllo medico. Qui, in Italia l’accesso a quel farmaco è negato, devi quindi rivolgerti al mercato illegale per procurartene un surrogato, tagliato e maneggiato con criteri ben diversi da quelli farmaceutici. Questi sono paradossi enormi che abbiamo culturalmente introiettato e reso normalità. Chi vive questa realtà, come diretto interessato, cioè persona con disturbo da uso di oppiacei, oppure come operatore delle dipendenze, si confronta, quotianamente con la normalizzazione del paradosso. Certamente, da persona con esperienza diretta lo vivi sulla tua pelle, subisci questa violenza che la società e spesso lo stesso contesto di cura ha normalizzato. Il professor Becchi invita le amministrazioni locali a lanciare la provocazione: somministrazione ambulatoriale, stanze del consumo, la riduzione del danno come approccio globale. Alcune proposte, come la somministrazione ambulatoriale di eroina, sarebbero bloccate per una gerarchia di potere ben diversa dall’autonomia dei Cantoni Svizzeri, dice Becchi, ma cosi facendo , ognuno si prenderebbe le sue “responsabilità” nel mostrarsi succube all’ ideologia oppure, in nome della cura, del rispetto dell’individuo, mollare le zavorre proibizioniste e avviarsi a costruire politiche e servizi sulle droghe con un approccio pragmatico, orientato ai diritti umani. Allora è in questo clima che le parole del professor Becchi hanno il suono bello della provocazione, dell’invito vibrante a uscire dal torpore proibizionista che con la sua ipocrisia ci ha reso incapaci di argomentare questioni determinanti. Questioni che mostrano tutta l’assurdità e la violenza che queste politiche ci impongono. Certo quello che dice il professor Becchi sarebbe bello sentirlo dire da chi si occupa di cura, da chi è deputato alla cura delle persone che hanno un disturb da uso di sostanze. E fa strano sentire anche i medici, parlare in un modo piuttosto che in un’altro a secondo del Paese in cui svolgono il loro lavoro di cura. Un medico che lavora dove viene somministrata terapia con diacetilmorfina come vede l’omologo italiano del suo paziente ? Credo che, come me, lo veda per quello che è : una persona a cui viene negato l’accesso a un farmaco. Persone, utenti di un servizio sociosanitario quale è il serd, che manifestano in diversi modi quali il misuso del metadone ( cioè l’uso per via iniettiva di uno sciroppo fatto per assunzione orale) o l’uso sia dell’eroina che del metadone, che per loro è necessaria un’altra terapia farmacologica e questa potrebbe essere appunto la diacetilmorfina. Purtroppo la narrazione dominante sulle sostanze, in particolare sull’eroina, esercita un dominio vero e proprio sulla nostra capacità di argomentare ed affrontare con pragmatismo un dibattito di senso sulle sostanze e il loro uso. L’eroina continua a rimanere una sostanza il cui uso è diffuso. Gli aspetti legati ai consumi piu problematici, sono ostaggio di un ideologia proibizionista e disumana che accetta di parlare di malattia o disturbo solo a patto che la cura porti una guarigione non da raggiungere ma da perseguire a qualunque costo. Questa ideologia, di cui esiste anche un abuso da parte di certi salvatori di vite a retta pro die, non accetta alternative più attente alle necessità specifiche di ogni individuo. Alternative di cura dove è contemplata l’ipotesi di una terapia, come la diacetilmorfina, che sistemi sanitari di altri paesi hanno compreso essere ragionevole, scientificamente valida e umana in nome della dignità e del benessere individuale e collettivo. Su tutto questo, sul fatto che la possibilità di poter disporre di una terapia sia di competenza politca e non sanitaria c’è un silenzio che fa davvero paura essendo la dimostrazione di quanto potere ha la cultura proibizionista. Allora ben venga un filosofo come il Professor Becchi a rompere questo silenzio con parole che si, sono contento le dica un filosofo ma certamente, sarebbe bello sentirle dire da chi è deputato alla cura delle “dipendenze” come medici del SERD e quelle associazioni di settore rappresentative degli operatori ” delle dipendenze”, associazioni forse anche loro poco autonome da quella politica a cui hanno lasciato l’ultima parola su questioni come l’utilizzo a fini terapeuitci di un farmaco: questione che politica non dovrebbero essere affatto.
Alessio Guidotti