Di siringhe e di riduzione del danno: perché è importante tornare a parlare di aghi nei contesti di divertimento

Quest’anno, facendo la volontaria nei servizi di riduzione del rischio di alcuni festival, mi sono ritrovata a parlare di siringhe molto più spesso di quanto mi aspettassi.
La cosa mi ha incuriosita perché, nei contesti del divertimento, questo tema sembra comparire molto meno rispetto ad altri ambienti in cui si fa riduzione del danno. Parliamo di drug checking, di set e setting, di consenso, di gestione delle esperienze difficili, di chill-out, di kit per il consumo nasale, di naloxone. La distribuzione di siringhe invece sembra essere rimasta in una posizione diversa, una posizione ostica.
Questa riflessione è iniziata da un episodio molto semplice. Un giorno, entrando in un bagno chimico durante il 7Chakras, ho trovato il tappino di una siringa da insulina. La mia prima associazione è stata immediata: uso di droghe per via iniettiva.
Parlandone con alcune persone del Lab57 mi sono però resa conto di una cosa: quella associazione era innanzitutto mia. Loro mi hanno fatto notare che una siringa può appartenere a una persona che utilizza insulina, a una persona che segue una terapia ormonale, a chi assume altri farmaci iniettabili. Può avere molte storie diverse dietro di sé.
Questo passaggio mi ha fatto riflettere su quanto spesso gli oggetti siano già accompagnati da un significato prima ancora di sapere qualcosa della persona che li utilizza e mi ha stupito come anche io ero caduta in questo tranello.
Preciso che il significato con cui uso la parola droga in questo testo è quello farmacologico, cioè una sostanza dotata di un principio attivo in grado di produrre un effetto sull’organismo. Gli ormoni, l’insulina, gli anestetici, così come l’eroina o la ketamina, rientrano tutti in questo significato. È il nostro immaginario ad aver associato progressivamente questa parola quasi esclusivamente all’illegalità.
Qualche tempo prima, durante il Festival Fantasia, questa riflessione era già apparsa. Una ragazza si è avvicinata al banchetto di riduzione del rischio chiedendo una siringa sterile, aveva utilizzato la stessa per assumere metadone per molto tempo e non era più utilizzabile. Quel materiale non era presente tra quelli che avevamo portato con noi e inizialmente abbiamo dovuto capire come gestire la richiesta. Ma, ovviamente, non abbiamo mai dubitato che quella richiesta fosse legittima. La domanda non era se fosse giusto fornire una siringa, ma come riuscire a farlo.

anche all’interno dei contesti che nascono per occuparsi di riduzione del rischio e del danno, alcune persone e alcune pratiche possono risultare più facili da accogliere di altre. Mi sono chiesta se questa difficoltà abbia a che fare solo con la pratica in sé o se riguardi anche tutto quello che una siringa rappresenta nel nostro immaginario.

Quell’episodio mi ha fatto tornare su una domanda: perché, nei contesti del divertimento, le siringhe sembrano ancora essere un materiale così difficile da integrare nei servizi? O ancora, perché pensiamo di poter non avere le siringhe come materiale da distribuire?
Parlando di questa riflessione con una persona, mi è stata fatta una domanda che mi è rimasta impressa: “Ma a noi ci piacciono le persone che usano siringhe?”
La domanda mi ha spiazzata. Non tanto perché fosse una provocazione, ma perché mi ha fatto fermare su qualcosa che forse diamo per scontato: anche all’interno dei contesti che nascono per occuparsi di riduzione del rischio e del danno, alcune persone e alcune pratiche possono risultare più facili da accogliere di altre. Mi sono chiesta se questa difficoltà abbia a che fare solo con la pratica in sé o se riguardi anche tutto quello che una siringa rappresenta nel nostro immaginario.
La siringa è uno degli oggetti più carichi di significato nella guerra alle droghe. Richiama gli anni dell’eroina, la diffusione dell’HIV, le epatiti, le overdose, ma anche il modo in cui per molto tempo sono state raccontate le persone che utilizzavano droghe per via iniettiva, che spesso erano definite attraverso il loro consumo, prima ancora che attraverso la loro storia, i loro bisogni o le loro esperienze.
Forse è anche per questo che una siringa continua ad avere un posto diverso rispetto ad altri strumenti di riduzione del danno. Non perché sia uno strumento diverso, ma perché porta con sé una memoria collettiva difficile da separare dall’oggetto.
Durante una conversazione con Linda Virginio di PsyCare, al 7Chakras, è emersa una proposta che continuo a trovare interessante: esporre le siringhe sul banchetto insieme agli altri materiali. Non nasconderle, non renderle disponibili soltanto a chi riesce a formulare esplicitamente quella richiesta, ma riconoscerle come uno degli strumenti possibili all’interno di un servizio che vuole partire dai bisogni reali delle persone. Per esempio il progetto Nautilus, progetto che opera nei contesti del divertimento notturno, non espone le siringhe ma scodelline e filtri con la scritta “materiale per uso iniettivo”.

Forse lavorare nella riduzione del rischio e del danno significa anche questo: continuare a interrogarci sulle rappresentazioni che portiamo con noi, e chiedendoci se i servizi che costruiamo riescano davvero a partire dalle persone e dai loro bisogni, oppure se, qualche volta, siamo ancora influenzati dalle stesse categorie e dagli stessi giudizi da cui la riduzione del danno è nata per prenderne le distanze

Non esistono droghe di serie A e persone di serie B, esistono pratiche diverse, con rischi diversi, e proprio per questo esistono interventi diversi. Il punto non è approvare o disapprovare come o cosa una persona consuma. Il punto è riconoscere che le persone esistono prima delle loro scelte e che la salute non dovrebbe dipendere dal nostro grado di vicinanza o lontananza rispetto a quelle scelte.
Forse la difficoltà che ancora oggi abbiamo nel parlare di aghi e siringhe riguarda anche il modo in cui alcune paure e alcuni traumi collettivi continuano ad abitare il nostro sguardo. Non credo che questo riguardi soltanto “gli altri”. Mi riguarda anche personalmente: la prima associazione che ho fatto davanti a un tappino da insulina era già dentro di me.
Forse lavorare nella riduzione del rischio e del danno significa anche questo: continuare a interrogarci sulle rappresentazioni che portiamo con noi, e chiedendoci se i servizi che costruiamo riescano davvero a partire dalle persone e dai loro bisogni, oppure se, qualche volta, siamo ancora influenzati dalle stesse categorie e dagli stessi giudizi da cui la riduzione del danno è nata per prenderne le distanze ed è forse anche questo il motivo per cui il coinvolgimento attivo di chi le sostanze le usa è indispensabile per trasformare la prospettiva del fenomeno e così rendere i servizi sempre più efficaci.

Giorgia Gagliardi ( ITANPUD & gruppo La Soglia)

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