Che ne faremo di questa breccia nel muro del proibizionismo ?

Una straordinaria vittoria quella del Drug Users Liberation Front ( D.U.L.F) in Canada. Nel commentarla e raccontarla in maniera chiara ed esaustiva Forum Droghe parla di una breccia nel muro del proibizionsimo. Ma qui in Italia, distanti dal Canada, cosa può insegnarci la vicenda D.U.L.F.? Di quella “breccia nel muro del proibizionismo” possiamo farne qualcosa?

“D.U.L.F win” era questo il tono dei messaggi nei canali di comunicazione tra attivisti, cosi come dei diversi canali social. Anche la stampa Canadese non ha esitato nel dire le cose come sono andate nell’aula Supreme Court della British Columbia : la giudice Catherine Murray ha riconosciuto il valore delle azioni di riduzione del danno fatte dal D.U.L.F., nello specifico la vendita a prezzo di costo, di eroina, cocaina, metanfetamina, acquistate sul dark web e analizzate per accertarsi non vi fosse contaminazione di fentanili. Una vicenda che come attivisti , come users, come associzioni, abbiamo seguito dall’inizio, da prima dell’arresto di Jeremy Kalicum ed Eris Nyx, cofondatori di DULF. Guardavamo sorpresi e sbalorditi, il coraggio e la coerenza con cui veniva portata avanti un azione logica, etica, che demoliva ogni retaggio e condizionamento proibizionista e ha permesso di salvare vite e dare una risposta concreta e necessaria a un diffondersi di overdose e morti da fentanyl.

Quello su cui invece, come socio di ITANPUD APS, voglio riflettere e invitare alla riflessione è : come possiamo utilizzare questa breccia aperta nel muro del proibizionismo?

Ma la vicenda, l’origine e il suo epilogo al 29 Settembre sono ben esposti qui da Leonardo Fiorentini il cui entusiasmo per questa sentenza si percepisce dall’accuratezza dell’articolo scritto per Fuoriluogo. Quello su cui, invece, come socio di ITANPUD APS, voglio riflettere e invitare alla riflessione è questo: come possiamo utilizzare questa breccia aperta nel muro del proibizionismo?

E sia ben chiaro: qui si parla di diritto alla vita, diritto alla salute, alla dignità. Valori universali che riguardano un conflitto che il proibizionismo innesca ovunque nel mondo, le cui conseguenze variano in base ai contesti specifici e alle politiche territoriali.

Come possiamo allora noi, persone direttamente coinvolte o con esperienza diretta, attivisti per la riforma delle politiche sulle droghe e operatori della riduzione del danno, sfruttare la breccia che la vicenda DULF e la sentenza del 29 settembre hanno aperto?

Credo che, prima di tutto, dovremmo sentire se la vicenda di Nyx e Jeremy ha aperto una breccia qui, dove batte il cuore. Perché, prima di tutto, questa è una storia che ci parla di coraggio, di gettare il cuore oltre l’ostacolo, e del fatto che alcune battaglie si portano avanti solo se si sente qualcosa dentro.

Una questione di cuore e di coraggio che, però, si traduce in una lucida e razionale presa di posizione, supportata da dati scientifici e da una narrazione costante e coinvolgente.

Anche questo può insegnarci questa vicenda. Come ITANPUD partecipammo a un paio di eventi per la raccolta fondi destinata alle spese legali. In un’occasione avemmo la possibilità di collegarci via Zoom con un comitato parallelo a DULF, il cui compito era supportare la comunicazione e le attività di fundraising.

Seguendo la vicenda, si percepiva una comunità che sosteneva una battaglia dura e, per certi versi, quasi utopica. Una comunità unita negli intenti, che si stringeva attorno a un principio, con la ferma convinzione che, se crediamo davvero che il proibizionismo uccida, dobbiamo tradurre la difesa della vita in azioni concrete.

Probabilmente il più grande insegnamento di questa vicenda è che la breccia nel muro proibizionista rappresenta un colpo di martello alla narrazione dominante e alle zavorre ideologiche del proibizionismo.

Ci sono cose di cui non abbiamo più il coraggio di parlare. Il proibizionismo ce le ricaccia in gola, ma dovrebbero poter avere voce in nome dei diritti umani e del diritto alla salute.

Ad esempio, forse si tratta di una minoranza tra tutti i consumatori di eroina, ma una parte significativa di loro possiede certamente i requisiti che, in Svizzera e in altri Paesi europei, sono richiesti per accedere al.. programma terapeutico con diacetilmorfina. Nemmeno il vasto fenomeno dell’uso improprio del metadone, con persone che si iniettano quantità non trascurabili di questo farmaco, ha suscitato una riflessione seria sul fatto che, probabilmente, in un’ottica di cura, si tratta di persone che necessitano di un trattamento diverso, persone che manifestano chiaramente di avere bisogno di altro per trovare un qualche equlibrio o forma di benessere.

Eppure, parlando di brecce che si aprono, non si intravede alcuna reale apertura da parte di chi avrebbe il potere, e il dovere etico, di sollevare questa questione e contribuire a sviluppare una lettura diversa del fenomeno. Una lettura che sottragga l’uso problematico delle sostanze al controllo giuridico e repressivo, perché non è certo un codice penale a poter risolvere una condizione di sofferenza, dipendenza o marginalità.

Utilizzare la breccia aperta dalla vicenda del D.U.L.F. potrebbe significare, ad esempio, ricordare un paradosso difficilmente giustificabile: a pochi chilometri dai nostri confini, in Svizzera, esistono cittadini affetti dalla stessa patologia da uso di sostanze che vengono trattati con diacetilmorfina farmaceutica; in Italia, persone con esigenze analoghe sono invece costrette a rivolgersi al mercato illegale, procurandosi la sostanza nella forma più insicura e degradata possibile.

Se definiamo queste persone come malati, allora dovremmo avere il coraggio di porci una domanda semplice: possono scegliere il farmaco con cui curarsi?

La narrazione dominante si incrina proprio quando vengono pronunciati concetti che quella stessa narrazione ha reso scomodi. Ancora oggi, quando si parla di terapia con diacetilmorfina, il dibattito viene spesso ridotto agli slogan dell'”eroina di Stato” o dello “Stato spacciatore”. Espressioni superficiali che poco hanno a che fare con la realtà clinica e che troppo spesso rimangono incontrastate.

La vicenda del D.U.L.F. ci insegna anche altro: la riduzione del danno è un atto politico e, proprio per questo, non può essere distante dalle persone direttamente coinvolte dalle politiche sulle droghe. La prossimità non si misura semplicemente nello spazio o nel tempo. Essere vicini significa riconoscere alle persone interessate un ruolo attivo, una voce, un potere di partecipazione.

Troppo spesso, invece, chi usa droghe, soprattutto quando vive una condizione di fragilità, viene spinto dentro dinamiche perverse che lo portano a delegare completamente la rivendicazione dei propri diritti a un sistema di servizi e prestazioni. È un paradosso: coloro che dovrebbero essere protagonisti diventano destinatari passivi delle decisioni altrui. Altro che prossimità.

Se la breccia è stata aperta da un movimento di persone direttamente coinvolte; se questa esperienza affonda le sue radici nel DTES, il Downtown Eastside di Vancouver, segnato da una lunga storia di attivismo e protagonismo delle persone che usano droghe; se il VANDU, il Vancouver Area Network of Drug Users, è riuscito a diventare la più grande Drug Users Union del mondo, allora il messaggio è chiaro.

La breccia nel muro proibizionista si allarga quando le persone direttamente colpite dal proibizionismo si organizzano, prendono parola e rivendicano diritti. Dovremmo prenderne davvero consapevolezza. Non per ragioni di immagine, né per soddisfare un principio astratto di partecipazione, ma perché il proibizionismo continua a essere forte anche perché sono ancora troppo poche le sue vittime, reali o potenziali, che riescono a contrastarlo collettivamente.

Le identità che stanno trovando una voce e provano a conquistare uno spazio dovrebbero poter contare su interlocutori istituzionali reali. La Rete Elide, da troppo tempo, sembra rappresentare più una possibilità teorica che un effettivo punto di riferimento. Eppure dovrebbe ormai essere evidente che l’innovazione e una vera riforma delle politiche e dei servizi sulle droghe non possono esistere senza il coinvolgimento attivo, concreto e continuativo della popolazione direttamente interessata.

L’esperienza diretta delle persone che usano droghe dovrebbe avere una funzione riconosciuta, un ruolo e un potere effettivo. Un sapere che ancora oggi, troppo spesso, non viene compreso né valorizzato fino in fondo.

Ma anche questo, in definitiva, è proibizionismo. Lo è tutto ciò che colpisce direttamente noi interessati; tutto ciò che si traduce in esclusione, marginalizzazione e repressione attraverso piccoli e grandi meccanismi. Persino dentro la cura, quando questa pretende di essere tale ma, ponendo l’astinenza come unica alternativa all’oblio sociale, finisce per riprodurre la stessa ideologia proibizionista con strumenti diversi.

La vicenda della terapia con diacetilmorfina rappresenta, da questo punto di vista, uno degli esempi più evidenti.

Cosa fare, allora, di questa breccia aperta, dipende da noi. Forse il primo passo è partire dal rispetto per il coraggio, la motivazione e la determinazione dimostrati da Jeremy, Nyx e dalla comunità che li ha sostenuti. Da lì possiamo trovare la strada per allargare quella crepa nel muro, trasformandola in uno spazio sempre più ampio attraverso cui far passare diritti, dignità e possibilità di cambiamento.

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